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Johann Gottlieb Fichte

 "Il contrasto tra l'idealista e il dogmatismo consiste propriamente in ciò: se l'autonomia dell'Io debba essere sacrificata a quella della cosa o viceversa." (Fichte, prima introduzione alla dottrina della scienza)

La ricerca della libertà e la tensione etica

Il filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing aveva riposto il valore della verità non nel suo possesso, ma nello sforzo costante per raggiungerla. Il possesso, infatti, spiegava l'autore, è riposo, pigrizia e orgoglio; la ricerca, invece, è impegno e attività. Fichte attribuisce a tale pensiero un significato morale, interpretandolo nel senso che «non vale nulla esser liberi; cosa divina è diventarlo!».

La vita stessa di Fichte può essere vista come l'esemplificazione di tale principio: essa appare, infatti, come uno sforzo per "diventare libero", che il filosofo persegue a partire dalla giovinezza. Nato da una famiglia di contadini poverissimi, pareva destinato a fare il guardiano di oche, la principale occupazione della sua infanzia. Ma il ragazzo, che la domenica ascoltava con attenzione la predica del pastore luterano del villaggio, sognava di diventare anch'egli un giorno "pastore di anime". Aiutato economicamente da un signore del villaggio, riesce a compiere i suoi primi studi nel celebre collegio di Pforta, sopportando pazientemente e con grande forza d'animo l'avversione degli altri studenti più abbienti. A diciotto anni inizia a frequentare l'università, sempre combattendo contro la miseria.

Per guadagnarsi da vivere fa il precettore in case private in Germania e in Svizzera. I molti disagi, le sofferenze, lo studio serio e rigoroso rafforzano il suo carattere e il suo spirito. Legge le tre Critiche di Kant, da cui resta affascinato, specialmente per il riconoscimento del valore assoluto della libertà del soggetto che trova nella Critica della ragion pratica. Si reca a Königsberg per ascoltare le lezioni di Kant e fargli leggere il manoscritto della sua prima opera, il Saggio di critica di ogni rivelazione, che, comparso anonimo nel 1792, venne scambiato per un'opera kantiana. Era l'implicito riconoscimento della grandezza dell'autore, che nel 1794 diviene professore a Jena. Accusato di ateismo in seguito alla pubblicazione nel "Giornale filosofico" di un articolo in cui identificava Dio con l'ordine morale del mondo, Fichte è costretto a lasciare Jena e a recarsi a Berlino, dove frequenta alcune delle personalità più rappresentative del Romanticismo tedesco, tra cui Friedrich Schlegel e Schleiermacher.

Mentre Berlino era sotto l'occupazione delle truppe napoleoniche, pronuncia proprio in quella città i Discorsi alla nazione tedesca (1807-1808), in cui invita i tedeschi a insorgere contro lo straniero, proponendo una nuova forma di educazione incentrata sull'amore per la libertà e la rivendicazione del primato del popolo tedesco, un primato da intendersi in senso spirituale e culturale.

Intanto la sua fama cresce di giorno in giorno e, quando nel 1810 viene istituita l'Università di Berlino, Fichte è chiamato a insegnarvi e a ricoprirvi anche la carica di rettore. Negli ultimi anni il filosofo integra l'interesse etico con un nuovo afflato mistico-religioso, che lo porterà a definirsi «sacerdote della verità». Muore di colera nel gennaio del 1814, all'età di cinquantadue anni, forse contagiato dalla moglie Marie Johanne, che si era offerta di curare e assistere i soldati feriti in guerra.

L'io come principio assoluto e infinito

Fichte conduce alle estreme conseguenze la critica dei circoli antikantiani sorti dopo la morte del filosofo di Königsberg che si concentrava soprattutto su due punti: 1) la preesistenza di una "cosa in sé" indipendente dal soggetto e fuori dalle sue possibilità conoscitive; 2) l'insoluto problema dell'origine del materiale sensibile della conoscenza. Per Kant, infatti, l'io penso trascendentale non è "creatore" delle cose, ma soltanto "ordinatore" dei dati dell'esperienza sensibile, che rimane pertanto irriducibile al soggetto nella sua realtà "in sé". Secondo Fichte, se il mondo dell'esperienza possibile è quello della rappresentazione (quello che Kant indica come il mondo fenomenico), non si può ammettere nulla al di fuori del soggetto stesso. Quest'ultimo, poiché nella prospettiva fichtiana non è più limitato da una presunta realtà noumenica, è pertanto assoluto e infinito. Il «Grande Io» costituisce il punto di partenza del sistema fichtiano, che deve dimostrare con una rigorosa deduzione tutti gli oggetti: la natura, le cose e il nostro stesso corpo. I Fondamenti dell'intera dottrina della scienza, l'opera più importante di Fichte, hanno il compito di spiegare proprio que-sto, ossia come, posto l'Io quale principio originario e incondizionato, da esso si possa derivare tutta la realtà sia dal punto di vista conoscitivo sia dal punto di vista materiale.

Secondo Fichte, Kant, pur avendo aperto la strada alla prospettiva idealistica, è rimasto prigioniero di una visione dogmatica della conoscenza, avendo posto dei limiti al soggetto con l'ammissione dell'esistenza di qualcosa di esterno e irriducibile a esso: il noùmeno. In tal modo non è riuscito ad affrancare l'Io da tutto ciò che è da esso differente, misconoscendone l'infinita originalità creatrice. Al contrario l'idealismo, negando la cosa in sé, cioè una realtà esterna e indipendente dall'uomo, e affermando l'infinità del soggetto, è la filosofia che meglio ne esprime la totale incondizionatezza. L'lo, infatti, può essere considerato libero nella misura in cui non è secondario né dipendente da un mondo di cose esterne, ma viene visto come originario, ossia come il principio da cui il mondo trae non solo il suo "significato" (la sua "forma"), ma anche la sua stessa "realtà".

La differenza tra dogmatici e idealisti

La conseguenza fondamentale della svolta idealista, secondo Fichte, è che proclamando l'assoluta libertà del soggetto si apre la possibilità di una piena realizzazione dell'impegno etico; possibilità preclusa, invece, dal dogmatismo, che, restando prigioniero dell'ingenua credenza in base a cui la nostra conoscenza dipende dalle cose, implica la negazione della libertà e, dunque, della moralità. Questa tesi viene espressa dal filosofo nella Prima introduzione alla dottrina della scienza (1797), in cui egli riconosce l'idealismo e il dogmatismo come i due sistemi filosofici a cui possono essere ricondotti tutti gli altri. La scelta tra i due orientamenti dipende, dal temperamento delle persone che li abbracciano e da un'opzione di tipo etico. L'individuo fiacco e inerte, infatti, sarà per natura orientato verso il dogmatismo, il quale, considerando la soggettività come dipendente dalla realtà esterna, conduce a una visione materialista e determinista che riduce l'autonomia dell'io. L'individuo attivo, dinamico, intraprendente, viceversa, sarà attratto spontaneamente dall'idealismo, che afferma l'infinità dell'Io e la sua assoluta sovranità.

L'idealismo, dunque, per Fichte non è soltanto un coerente e rigoroso sistema filosofico che consente di superare le difficoltà e le contraddizioni della dottrina kantiana, ma è anche e soprattutto una scelta di vita che coinvolge tutti gli aspetti della personalità e che richiede un impegno totale e incondizionato.

L'io e i tre momenti della vita dello spirito

L'lo di Fichte non è immobile né statico; in quanto anelito verso la libertà, è spirito, infinita tensione verso un'ideale meta di perfezione. Egli sostiene che "l'Io deve essere", nel senso che è costantemente impegnato in un faticoso processo di autorealizzazione, carattere espresso con il concetto tipicamente romantico di Streben, che significa "sforzo", "tensione".

L'Io fichtiano non si identifica con l'io personale di ciascun individuo, ossia con l'io empirico, ma è l'lo puro o universale, inesauribile attività creatrice. È "creatore" proprio perché conferisce senso e realtà al mondo il quale, diversamente, non potrebbe esistere.

Il fondamento di ogni realtà è pertanto l'Io puro o spirito, un processo creativo e infinito che si articola in tre momenti essenziali: tesi, antitesi e sintesi. Nel primo momento, quello basilare e originario della tesi, «l'Io pone se stesso», cioè si rivela come attività autocreatrice. Tale principio non può essere oggetto di dimostrazione né di deduzione, ma solo di un'intuizione intellettuale originaria che coglie l'identità dell'Io con se stesso (Io = Io). In questo caso, osserva Fichte, non si tratta soltanto di un principio logico (come A = A), ma di un principio ontologico, in quanto è l'Io stesso a creare la propria essenza costitutiva. L'Io puro non è dunque una "persona" o un principio sostanziale e statico, ma incondizionata attività creatrice che ha immediata e intuitiva consapevolezza di sé: esso è autocoscienza o, come dice Fichte, «egoità».

Nel momento in cui si afferma, l'Io si determina e, determinandosi, si distingue e si contrappone al diverso da sé: «l'Io pone il non-Io». Siamo così al secondo momento, quello dell'antitesi, in cui l'Io puro deve necessariamente opporsi a un non-lo, ossia all'oggetto (dal latino ob-iectum, "gettato contro"), in quanto, essendo suprema attività, ha bisogno di qualcosa di altro da sé per realizzarsi. Il non-lo costituisce la natura intesa in senso generale come il "regno dei limiti" e, in questo senso, comprende anche il nostro corpo e le nostre sensazioni, che sono materiali e privi di ragione.

Il fatto che l'Io, avendo posto il non-lo, si trovi a essere limitato da questo, dà origine al terzo momento della vita dello spirito, quello della sintesi, che si riferisce alla concreta situazione del nostro essere nel mondo, in cui si fronteggiano una molteplicità di cose (non-Io) e una pluralità di persone, che Fichte definisce «io finiti». Tale principio af-ferma: «l'Io oppone, nell'Io, all'io divisibile un non-Io divisibile». Ciò significa che, avendo posto il non-lo come antitesi indispensabile alla sua attività, l'Io si particolarizza nei singoli io empirici e finiti che costituiscono il mondo e la sua molteplicità, e quindi si trova a esistere "concretamente".

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