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Friedrich Nietzsche

 "E guarda un po', ecco che il mondo si spaccò improvvisamente in un mondo vero e in un mondo "apparente"; e proprio il mondo, per abitare e stabilirsi nel quale l'uomo aveva inventato la sua ragione, proprio quello gli viene discreditato" (Nietzsche, Frammenti postumi)

Lo smascheramento dei miti e delle dottrine della civiltà occidentale

Nietzsche può essere accostato a Marx e Freud, tra i "filosofi del sospetto", perché ha perseguito quello che è uno degli obiettivi della filosofia: insinuare il dubbio sulle certezze condivise dalla maggior parte delle persone.

Al giovane pensatore la scienza e la filosofia appaiono come qualcosa di superficiale, poiché non riescono a cogliere la vera realtà del mondo. Seguendo le orme di Schopenhauer, Nietzsche pensa che ciò che appare non coincida con l'essenza delle cose. La ragione è a suo avviso incapace di comprendere l'intimo senso della vita; gran parte dell'esperienza umana sfugge ai concetti della logica e della scienza e, dunque, alla filosofia e alla cultura razionalistica dominante. Il filosofo attribuiva a se stesso il compito di distruggere tutte le certezze, mettendo a nudo l'inconsistenza dei miti e delle dottrine su cui si fonda la civiltà occidentale e il tipo di uomo che essa ha prodotto.

Apollineo e dionisiaco

L'inizio dell'itinerario nietzscheano si caratterizza per il profondo interessa per la tradizione greca e le sue creazioni artistiche. Non dobbiamo dimenticare la formazione filologica di Nietzsche e il suo grande amore per la musica e per la poesia tragica. Proprio alla tragedia, la forma più alta di poesia per gli antichi, è dedicata La nascita della tragedia dello spirito della musica. Come il cammello delle metamorfosi, che porta pazientemente il suo carico lungo il deserto, anche il filosofo assume su di sé il peso del passato e inizia il suo percorso attingendo alle origini della cultura occidentale, nel lontano mondo greco, ricercando in esso le cause della desolante decadenza del presente.

Egli ritiene che fin dal principio la cultura occidentale si sia formata su un terreno profondamente lacerato da principi contrapposti: l'"apollineo" e il "dionisiaco". L'apollineo è l'emblema della misura e dell'ordine. Apollo è infatti il dio della luce, protettore delle arti, garante dell'equilibrio e della serena contemplazione della vita. Quando si considera la Grecia come la patria dell'arte classica, dominata dalla perfezione delle forme e dalla proporzione delle parti, ci si riferisce proprio a tale principio. Secondo Nietzsche, quella apollinea non è l'unica componente dello spirito greco. L'altro elemento significativo è il dionisiaco, il principio di caos e della distruzione, ma anche della potenza creatrice, della gioia e della sensualità. Dioniso è il dio del vino e dell'ebbrezza, in cui si esprime l'impulso vitale dell'uomo, libero da regole e convenzioni sociali. Egli è personificazione dell'energia caotica e irrazionale, con la quale la vita cerca di affermarsi con ogni mezzo.

Il dionisiaco e l'apollineo si trovano mirabilmente fusi insieme, per un "miracoloso atto metafisico" della volontà ellenica, nella sublime produzione tragica di Eschilo e di Sofocle. Nelle loro opere il dionisiaco si esprime nella forza primitiva e irruente della musica e del coro; l'apollineo nelle gesta dell'eroe e nel dialogo razionale tra i personaggi.

La fase "illuministica" della riflessione nitzscheana 

Con il distacco da Wagner per Nietzsche prende forma la convinzione che, anziché recuperare l'epoca tragica dei Greci, sia preferibile assecondare la tendenza alla razionalizzazione e alla demolizione dei vecchi valori metafisici propria della cultura europea, portando così a piena maturazione il nichilismo. È questo l'obiettivo che egli si pone e che persegue nella seconda tappa, simbolicamente rappresentata dal leone, che “morde” e "lacera" e quindi incarna lo spirito critico e libero della scienza, intesa non tanto come insieme di conoscenze certe e incontrovertibili, prospettiva dogmatica fortemente criticata dal filosofo, che nega l'esistenza di una verità assoluta, ma come metodo in grado di emancipare l'uomo dalla menzogna e dalle false credenze. Non a caso tale periodo del pensiero nietzscheano è definito anche "illuministico".

Della scienza, chiamata «gaia» proprio per il suo valore liberatorio, Nietzsche apprezza in particolare la tendenza a ricercare gli elementi costitutivi delle realtà indagate, tipica, ad esempio, della chimica e della paleontologia (branca delle scienze naturali che studia le piante e gli animali vissuti in epoche remote attraverso i loro resti fossili), discipline per le quali dimostra uno spiccato interesse.

La seconda fase della filosofia nietzscheana è dunque caratterizzata dalla critica della cultura, condotta con metodo rigoroso. La storia culturale dell'Occidente è per Nietzsche la storia del progressivo allontanamento dalla natura istintuale dell'uomo e dalla sua vitalità. I linguaggio nietzscheano si fa più cupo e dirompente; deve rivelare tutti i tranelli e gli inganni della cultura dominante, a partire dalle grandi costruzioni teoriche della metafisicaChi ritiene di possedere la verità s inganna; non esiste un unica interpretazione valida della realtà, perché ogni conoscenza presuppone sempre un particolare punto di vista e non possiamo sottrarci alla possibilità che il mondo racchiuda “interpretazioni infinite”.

La filosofia del mattino

La filosofia deve dunque smascherare le credenze che da Socrate in poi hanno dominato in tutti i campi della cultura europea nella religione, nella morale, nella metafisica, nella scienza e mostrarne l'infondatezza. Essa deve chiarire come tali visioni del mondo non siano altro che espressione di interessi, bisogni e desideri del tutto umani e materiali; per questo è definita «filosofia del mattino»: consente di liberare gli uomini dalle «tenebre del passato». Alla fine dell'indagine di Nietzsche, sotto i colpi martellanti della critica, sarà evidente che il mondo creato dai metafisici (e falsamente spacciato per «mondo vero») è soltanto illusione, una «favola» elevata a verità.

Questa è la tesi di Nietzsche: le grandi costruzioni teoriche della morale, della filosofia e della scienza non sono altro che un'invenzione consolatoria di chi è in cerca di rassicurazione, non potendo tollerare la profonda sofferenza derivante dal disordine, dall'insensatezza e dall'irrazionalità dell'esistere.

In questa prospettiva, l'idea di Dio è vista come il prodotto della tradizione metafisica, che ha negato la vita, la natura, il corpo (i valori della «terra»), ponendo il senso dell'essere in una dimensione trascendente. Dio afferma Nietzsche è «la nostra più lunga menzogna», quella che incarna tutte le credenze escogitate dagli uomini per proteggersi dal caos e dall'ignoto. Si tratta di una grande bugia, che però ha avuto un'importantissima funzione storica: rassicurare gli uomini, sostenerli nello sforzo di sopportare la dura condizione umana. Le "favole metafisiche", infatti, diventando gradualmente credenze collettive dei popoli, hanno prodotto sicurezza e ordine sociale, dando l'illusione della felicità.

La "morte di Dio"

Secondo Nietzsche, è giunto il tempo di fare a meno di Dio e di tutte le concezioni metafisiche, tra cui l'illusione che oltre questo mondo ci sia un "altro" mondo. La «lunga menzogna» è diventata superflua. Nell'epoca moderna, infatti, tali dottrine si rivelano per quello che sono sempre state: nient'altro che «favole».

«Dio è morto»: in questo consiste l'esito estremo del nichilismo. Gli uomini hanno ucciso Dio in virtù di quella stessa razionalità che, con le progressive acquisizioni della scienza, si è spinta a una critica radicale. Insieme con Dio hanno ucciso tutto ciò che egli ha rappresentato e si sono trovati, così, privi delle certezze e del sistema di valori che li aveva sostenuti nel corso dei secoli. Il compito di Nietzsche è quello di dare l’annuncio di questa morte, perché coloro che lo hanno ucciso non hanno ancora preso coscienza della propria azione e non ne hanno capito le terribili conseguenze. 

Nel mondo dominato dalla scienza e dalla tecnica, secondo il filosofo, la religione si è svuotata di senso e le Chiese sono ormai inutili residui del passato; l'ateismo che è subentrato alla religiosità tradizionale, tuttavia, è un atteggiamento superficiale, perché al "vecchio" Dio ha semplicemente sostituito nuovi dei, nuovi idoli, cioè i nuovi miti del progresso, della scienza, dello Stato, del socialismo.

L'annuncio dell'"uomo folle"

L'annuncio che Nietzsche affida, nelle pagine conclusive della Gaia scienza, all'«uomo folle», cioè al filosofo-profeta, vuole mettere in evidenza questo paradosso: Dio, ossia il garante dell'assolutezza dei valori e dell'ordine razionale del mondo, è morto, ma nessuno tra coloro che l'uomo folle incontra nel mercato, cioè tra gli uomini del suo tempo, i filosofi e gli intellettuali dell'Ottocento, che sono i suoi stessi assassini, è ancora stato in grado di capire e accettare fino in fondo l'enormità di questo evento.

Per descrivere l'uccisione di Dio, l'uomo folle utilizza metafore straordinariamente efficaci, indicando tale azione come il prosciugamento del mare, o la perdita dell'orizzonte o, ancora, la dissoluzione del sole; si tratta di immagini che vogliono sottolinearne la gravità: se «Dio è morto», sono morti con lui tutti i punti di riferimento stabili. Ciò che muore con Dio, in definitiva, è la possibilità stessa di una verità assoluta, perché non c'è più nessuna entità metafisica, trascendente o immanente, che ne garantisca la necessità e l'universalità. L'uomo, d'ora in poi, deve assumersi la responsabilità del senso delle cose e della propria esistenza.

Tale peso genera anche una crisi psicologica, che però non è giustificata sul piano teorico, dal momento che l'ateismo è per Nietzsche, come già per Schopenhauer, un fatto scontato: non ha neppure bisogno di essere dimostrato, tanto è evidente. La consapevolezza della non esistenza di Dio nasce, infatti, dalla percezione immediata e chiara del disordine e della crudeltà del mondo: se ci fosse un Dio, il mondo non sarebbe il caos che è. La resistenza ad accogliere l'annuncio della morte di Dio deriva, dunque, dal bisogno degli uomini di non essere lasciati soli e di continuare ad avere un punto di riferimento saldo. Soltanto colui che saprà “farsi Dio” egli stesso e sarà in grado di oltrepassare l’uomo e diventare “oltreuomo”, potrà assumere questo compito.

L'analisi genealogica dei principi morali

Mai nessuno si è posto il problema di capire da dove derivino i nostri pregiudizi morali, quale origine abbiano propriamente i nostri concetti di bene e di male e quale valore attribuire loro.

Nietzsche cerca di rispondere a questi interrogativi seguendo il metodo genealogico, cioè risalendo all'origine psicologica dei comportamenti etici e delle idee morali, e la conclusione a cui perviene è che la morale è fondamentalmente uno strumento di dominio, che serve a un gruppo di uomini per soggiogare gli altri: agli uomini "forti" per sottomettere i "deboli", ma anche - e in questo sta il tratto particolarmente originale dell'analisi nietzscheana - agli uomini "deboli" per sottomettere i più "forti".

Si prenda ad esempio la morale cristiana, tutta incentrata sulle virtù dell' obbedienza, dell'umiltà e della dedizione agli altri: da quale atteggiamento psicologico nasce? La risposta di Nietzsche è che essa è prodotta dall'istinto di vendetta degli uomini inferiori, i quali, per invidia nei confronti degli spiriti liberi e grandi, creano una tavola di valori in cui prevalgono la passività e la rassegnazione, cercando di trasformare in alti ideali morali quelli che sono in realtà sintomi di debolezza e fragilità. Ecco, dunque, che la morale nasce dalla gran massa degli uomini deboli (il «gregge»), che con i suoi precetti vuole sottomettere i pochi individui superiori, uniformando tutti a un livello mediocre.

La morale degli schiavi e quella dei signori

Secondo Nietzsche, la morale degli schiavi, sospettosa e diffidente, che predica l'umiltà, la fratellanza, la democrazia e l'egualitarismo. È la morale del risentimento, prodotta da uomini mediocri, incapaci e repressi. Essi sono sopraffatti dall'invidia: non potendo essere eroici, si rivalgono imponendo a tutti i propri meschini principi, ossia povertà, obbedienza, ascetismo, negazione della sessualità e sacrificio della gioia di vivere. La società contemporanea è per Nietzsche dominata da questo genere di valori "antivitali" ed è una società conformista e omologata.

Contrapposta alla morale degli schiavi Nietzsche individua la morale dei signori, tipica del mondo classico, espressione di un'aristocrazia che esaltava i valori della forza, della salute, della gioia, della fierezza. Questa morale è stata cancellata dall'avvento della religione ebraico-cristiana, che al guerriero sostituisce la figura del sacerdote. Il guerriero amava le virtù del corpo; il sacerdote quelle dello spirito. Così, la morale del coraggio e dell'orgoglio è stata destituita da quella dell'umiltà e dell'obbedienza; la morale del corpo e della sensualità da quella dello spirito e della castità. Sono stati gli ebrei a operare, per primi, questo rovesciamento di valori, perché essi erano un popolo che aveva più di altri una vocazione sacerdotale. Sono stati loro a sostituire l'equazione "buono = nobile e forte" con quella "buono = umile, povero, infelice, sofferente". Questi ideali si sono trasmessi, attraverso il cristianesimo, ai Romani e la religione del risentimento si è insediata nel cuore stesso dell'impero, diffondendosi poi in tutto l'Occidente.

Il cristianesimo, religione degli uomini deboli contro le forze della vita, ha imposto il senso della «colpa» e del «peccato», avvelenando l'esistenza del mondo, che fino ad allora era stato «innocente». Esso ha creato una massa di persone risentite e represse, che proprio per la loro profonda frustrazione si sono rivelate spesso, nel corso della storia, dispotiche, aggressive e spietate. L'invettiva di Nietzsche non è rivolta contro la figura di Cristo, verso cui nutre rispetto considerandolo un «santo anarchico», che non si è mai contrapposto alle forze della vita, bensì contro la Chiesa e i suoi rappresentanti, che hanno svalutato il corpo rispetto allo spirito e hanno promosso un tipo di morale ascetica, antivitale e decadente.

Il nichilismo come vuoto e possibilità

La terza e ultima fase del pensiero nietzscheano si apre con la considerazione che soltanto chi è riuscito a negare e a distruggere può essere in grado di edificare e creare: soltanto colui che ha maturato il coraggio di andare incontro alla morte può onorare pienamente la vita. Si tratta dunque di trovare la forza per affrontare il niente, il nichilismo radicale del mondo privo di Dio e dei valori, perché solo così è possibile riprendersi la propria libertà (la «libertà di»), accettandone il rischio fino in fondo.

Dopo la morte di Dio si apre uno spazio vuoto, che se da un lato si presenta come occasione di riscatto e di liberazione dal peso della metafisica e della morale, dall'altro ha il volto inquietante della possibilità assoluta.

L'oltreuomo

Chi è, allora, l'oltreuomo? Non certamente un essere di razza superiore, e neppure - secondo una scorretta interpretazione politica degli anni del nazismo - un uomo appartenente a un'élite. Egli è un uomo «oltre» l'uomo, oltre l' «ultimo uomo» ancora incapace di una vera libertà, e, dunque, una figura che in un certo senso si proietta nel futuro (co-me lascia appunto intendere il prefisso tedesco über-, "oltre", di Übermensch).

L'oltreuomo è un "altro" essere, un uomo nuovo, che è in grado di sopportare le implicazioni terribili della morte di Dio, di riconoscere e accettare il crollo di ogni principio assoluto e di ogni certezza. Egli è un essere libero, che agisce trovando in se stesso le ragioni e le risorse per condurre la propria vita. L'oltreuomo, in definitiva, è colui che è capace di sostenere la visione di un mondo da cui tutti gli dei sono stati allontanati (un mondo «sdivinizzato»), che non solo si è liberato dai condizionamenti esterni e da ogni consolazione dottrinale, ma che ha detto "si" alla vita e ha accettato fino in fondo la condizione tragica e dionisiaca dell'esistenza.

Il suo avvento viene annunciato dal profeta Zarathustra, che indica l'ora della sua venuta come quella del «meriggio», l'istante senza ombre, ed egli è simbolicamente raffigurato come un fanciullo ridente, circondato di luce.

L'eterno ritorno

L'oltreuomo è colui che è capace di sopportare anche quello che l'autore indica come «il peso più grande», vale a dire l'idea dell'«eterno ritorno dell'uguale». Si tratta di un concetto fondamentale nella teoria di Nietzsche, che il filosofo stesso definisce «il più abissale dei miei pensieri» e che è stato variamente interpretato dagli studiosi.

Esso sostanzialmente consiste nell'ipotesi che la storia sia un grande circolo, in cui tutti i fatti e gli avvenimenti sono destinati a ripetersi e a ritornare eternamente.

Con tale dottrina Nietzsche si allontana dalla visione lineare del tempo inaugurata dalla tradizione ebraico-cristiana - secondo la quale la storia inizia con la creazione e ha termine con la fine del mondo e il giudizio universale, tracciando un percorso progressivo e irreversibile -, per riallacciarsi alla concezione ciclica dei Greci e dell'antica India, in cui non compare il concetto di "creazione" e il mondo esiste ab aeterno.

Le implicazioni della dottrina dell'eterno ritorno

L'uomo può raggiungere la felicità soltanto se sa godere dell'esistenza nella sua pienezza e nella sua attualità; è nell'attimo presente, infatti, che l'essere esaurisce il proprio significato. Ciò che differenzia la concezione lineare del tempo da quella ciclica è appunto la diversa prospettiva della felicità. Nella prima il compimento del senso della vita è rimandato al futuro (l'aldilà ultraterreno, nella religione cristiana) e dunque l'attimo e il presente sono svuotati di significato: si vive sempre in un'ottica di là da venire, aspettando un appagamento e una felicità continuamente differiti; nella concezione ciclica, invece, ogni istante contiene in sé il proprio valore e il proprio fine, ha senso in se stesso e deve essere vissuto al massimo grado proprio perché destinato a tornare in eterno.

Con questa accezione la concezione ciclica del tempo ha una chiara valenza anticristiana: la storia non ha un fine assegnato dalla divina provvidenza, un fine che trascende l'uomo e la sua natura concreta. Il senso della storia coincide con l'uomo. Si tratta di una prospettiva pienamente congruente con il progetto filosofico di Nietzsche, che ha tanto insistito sul carattere terreno e naturale dell'esistenza. Alla vita è restituita la sua dignità e perfezione: essa non è interpretata dal punto di vista del tempo a venire, ma nel suo farsi, momento dopo momento.

Una concezione del tempo di questo tipo può essere sopportata e voluta soltanto dall'oltreuomo, che si è riconciliato con la propria essenza, che ha superato la condizione risentita e mediocre tipica della cultura occidentale, lacerata dalla frattura tra essere e senso e dominata dalla prospettiva della mancanza, del peccato e della redenzione futura. Solo un individuo simile può infatti essere "felice" e, dunque, può volere che ogni istante della sua vita ritorni eternamente.

La volontà di potenza

In primo luogo, con il concetto di «volontà di potenza» Nietzsche vuole indicare l'essenza stessa della vita, la quale non si caratterizza come mera autoconservazione, ma come impulso a crescere e a volere sempre di più. «Potenza», quindi, è da intendere nel senso che gli esseri viventi non si accontentano di sopravvivere, in modo più o meno passivo, ma tendono per natura a migliorare se stessi, ad andare oltre le condizioni di partenza.

In secondo luogo, la volontà di potenza si identifica con l'arte, che costituisce la forma suprema della vita. Con questa affermazione Nietzsche riprende un motivo che era presente fin dall'inizio della sua ricerca. In La nascita della tragedia dallo spirito della musica, egli sosteneva che l'unico antidoto alla decadenza culturale del presente era la musica (in particolare quella di Wagner), la sola in grado di far rivivere lo spirito dionisiaco (la vita, appunto, nella sua travolgente forza propulsiva), rimosso dalla tradizione occidentale che ha privilegiato il razionalismo socratico.

Volontà e creatività

In che cosa consiste, più precisamente, la volontà di potenza? Essa si qualifica come azione creatrice del senso del mondo e del valore delle cose. Tutta la storia umana si Può compendiare in questa fondamentale attività: riconoscere, interpretare e conferire un significato agli oggetti. In ciò l'uomo è simile alla divinità, anzi egli dopo la morte di Dio ha giustamente occupato il posto che prima era riservato a un'entità trascendente e quindi illusoria e innaturale.

L'oltreuomo è l'espressione più compiuta della volontà di potenza proprio perché è essenzialmente creatore: nello spazio vuoto lasciato da Dio si pone come colui che è in grado di ridare senso al mondo svuotato e inaridito dal crollo della metafisica. Egli è l'individuo che, superando il nichilismo, si assume la responsabilità di offrire nuovi significati, nuove prospettive e, soprattutto, di proporre nuovi valori, non più intesi come principi e parametri assoluti, ma come libere manifestazioni della vita.

Se l'uomo rimanesse incatenato alla struttura del tempo lineare, infatti, si troverebbe in una situazione di dipendenza dal passato che paralizzerebbe ogni attività e creazione.

L'oltreuomo è colui che è in grado di "redimere" il tempo dalle sue catene e di liberare l'uomo dal peso del passato: con l'affermazione e l'istituzione dell'eterno ritorno, infatti, che è amor fati, accettazione piena del destino, la volontà di potenza opera in modo tale da trasformare il «così fu» in «così volli che fosse». In tale prospettiva il passato non è più una dimensione da subire passivamente, ma da assumere attivamente con un atto di responsabilità: il passato ritorna perché io "lo voglio", perché ne sono il "creatore", perché ho deciso di vivere ogni attimo nell'ottica dell'eternità.

La trasvalutazione dei valori

Nella creatività dell'oltreuomo risiede la possibilità di una «trasvalutazione dei valori».

Questa espressione indica la precisa volontà di Nietzsche di andare oltre (trans- in lati-no) il nichilismo, oltre il nulla e il vuoto che si sono affermati dopo la morte di Dio

Con Dio sono crollati tutti i valori assoluti, i valori divini, quelli imposti dall'esterno, ma - e qui risiede il significato più profondo della volontà di potenza - l'oltreuomo è colui che, accettando tale situazione, ne rivela le potenzialità. Il nulla per lui non è più fonte di sgomento, di mancanza, di nostalgia, di perdita, ma rappresenta la libertà, la gioia, la possibilità di autoaffermazione della vita, affrancata da ogni principio o dottrina morale.

La trasvalutazione dei valori non è una creazione di valori simili a quelli passati, cioè radicati in certezze metafisiche e costruiti su solidi fondamenti; essa non rappresenta la sostituzione della vecchia tavola di valori con un'altra analoga. Tale espressione indica, più radicalmente, l'affermazione di una diversa modalità di rapportarsi ai valori stessi, che vengono concepiti come libere manifestazioni dell'uomo e del suo estro. È «volontà di redenzione», desiderio di «prendere congedo» da tutte le strutture fisse di valori e di potere, per reinventare i rapporti con la natura e con gli altri uomini fondandoli sulla libera creatività dionisiaca.

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