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Georg Wilhelm Friedrich Hegel

 "Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale. Ogni coscienza ingenua, del pari che la filosofia, riposa in questa persuasione; e di qui appunto procede alla considerazione dell'universo spirituale, in quanto universo naturale" (Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto)

La razionalità del reale

Il primo e fondamentale concetto dell'hegelismo è quello secondo cui "Ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale, il che significa che la realtà coincide con la realizzazione e il dispiegarsi progressivo di un principio razionale: lo spirito definito anche "idea" o "Assoluto". Tale principio è onnicomprensivo, nel senso che costituisce un organismo unitario di cui ogni cosa, ogni evento e ogni individuo non sono che manifestazioni particolari. Inoltre, esso non è "sostanza", ma "processo", e la sua verità è essenzialmente "risultato", ossia si realizza in tutta la sua pienezza soltanto alla fine del processo stesso.

Essendo espressione dello spirito, la realtà coincide con la ragione, che ne costituisce la legge di sviluppo e l'essenza profonda; una concezione che segna la distanza tra Hegel e gli illuministi. Per Hegel, la filosofia non ha un compito "prescrittivo" ma "descrittivo", dovendo semplicemente constatare ciò che già è avvenuto e comprenderne l'intrinseca struttura.

Con un'immagine divenuta giustamente famosa, Hegel afferma che la filosofia è come la nottola (la civetta), l'uccello sacro alla dea della sapienza Minerva, ossia è come l'uccello notturno che inizia la sua attività quando ormai la giornata volge al termine: allo stesso modo, il lavoro del filosofo comincia quando "la giornata è finita". La filosofia, in altre parole, è sempre sapere che si volge a indagare una realtà già dispiegata; è coscienza di ciò che è stato ed è accaduto. In questo senso Hegel può affermare che «nessuna filosofia oltrepassa l'età sua» e quindi è sempre relativa al proprio tempo, ossia costituisce la forma più ampia e matura di comprensione del presente storico. Come un individuo non può uscire dalla sua pelle, così il filosofo non può spingersi oltre l'orizzonte della propria epoca e deve volgere lo sguardo ai fatti accaduti per illuminarli con la luce della ragione.

L'altro asse portante della concezione filosofica hegeliana si basa sull'idea che la verità non consiste in una considerazione parziale delle cose, ma nella visione completa e globale di esse. Un singolo aspetto non ci fornisce mai la realtà nella sua interezza e, pertanto, non ci conduce alla verità. Hegel definisce «astrazione» il pensiero che non permette di cogliere tutti gli elementi e le sfumature di un avvenimento o di un fatto, in quanto lo isola dal tutto.

L'astrazione è tipica dell'intelletto che, nel suo procedimento analitico, separa e divide. Dopo aver distinto è necessario riunificare le differenti parti dell'oggetto nella sintesi, la sola in grado di restituirci la complessità del reale in tutta la sua concretezza. La filosofia è scienza in quanto è capace di elaborare un concetto della realtà nel modo più completo e ricco possibile, attraverso la comprensione di tutte le sue interne sfaccettature.

la dialettica

Per Hegel lo sviluppo dell'idea segue una legge che il filosofo definisce "dialettica" e di cui fornisce numerosi esempi nei suoi scritti. La dialettica è regola interna della realtà e legge del pensiero, in quanto la realtà coincide con la razione e dunque il piano ontologico e quello logico corrispondono.

La dialettica si compone di tre momenti. Il primo è quello definito "intellettuale" o "astratto" (tesi) e coincide con la "determinazione delle cose. È a tale stadio che il pensiero intellettuale rimane fermo e rigido, riconoscendo ovunque opposizioni e distinzioni che riesce a ricollegare con la rifelssione solo in modo estrinseco e superficiale, mantenendo ogni cosa nel suo isolamento. Il secondo momento è quello propriamente "dialettico" o della "negazione" (antitesi): in esso ogni determinazione si scopre unilaterale e limitata, cogliendo il suo nesso inscindibile e necessario con la determinazione opposta (ogni cosa si definisce anche per ciò che non è). Organo di tale comprensione è il pensiero razionale, che riesce a chiarire la realtà nel suo interno dinamismo e il fatto che ogni cosa ha senso soltanto nella relazione con tutte le altre. Il terzo momento è quello "speculativo", che, al momento negativo dell'opposizione, sostituisce quello positivo della sintesi. Esso rappresenta "la negazione della negazione" e implica l'affermazione dell'unità delle determinazioni opposte, le quali vengono come momenti, parziali e unilaterali, di una realtà superiore.

Il momento dialettico si capisce meglio se si tiene conto che esso è reso in tedesco da Hegel con la parola Aufhebung, che significa al tempo stesso "superamento" e "conversazione": essa indica quel processo che nega e abolisce le determinazioni astratte e parziali, ma per conservarle ed elevarle.

Il "negativo" costituisce il momento fondamentale della procedura dialettica; senza di esso si rimane a una determinazione unilaterale della realtà, a una visione "astratta" e parziale: il divenire è frutto della contrapposizione di un evento all'altro, di un pensiero all'altro. Soltanto dalla contrapposizione si origina la sintesi, che ci fornisce il concreto e il vero.

La Fenomenologia dello spirito

La prima tappa della fenomenologia: la coscienza

La prima tappa della Fenomenologia è la coscienza, concepita come consapevolezza di un oggetto che si percepisce come "alto" rispetto a se. Tale fase, caratterizzata dall'opposizione tra soggetto e oggetto, si articola a sua volta in tre momenti: la certezza sensibile, la percezione e l'intelletto.

La certezza sensibile è il sapere dell'immediato, ossia di ciò che ci suggeriscono i sensi nell'esperienza diretta delle cose. Tuttavia, si rivela subito insufficiente, in quanto la singola cosa non può essere colta nella sua complessità senza riferirla alle altre cose e alla coscienza stessa che la pone come oggetto.

Nella percezione, le varie determinazioni delle cose possono essere colte come facenti parte di un'unità soltanto grazie ad un io o soggetto che la comprende come tali; in termini hegeliani, l'in sé assume un senso unitario solo in riferimento al per sé, cioè alla coscienza. L'oggetto esiste e ha una sua consistenza perché "io" lo vedo e me lo rappresento.

Passando al piando dell'intelletto, le cose vengono inserite all'interno di una rete di rapporti regolati da leggi: il soggetto organizza e struttura un universo ordinato di fenomeni di cui si riconosce artefice. L'intelletto resta limitato alla molteplicità delle determinazioni finite.

La seconda tappa della fenomenologia: l'autocoscienza

La seconda tappa à quella del riconoscimento di sé attraverso l'altro. È solo nel rapporto con l'altro che la coscienza di sé, ossia l'autocoscienza, può ricevere la conferma della propria identità. La lotta tra le due autocoscienze, avendo come obiettivo quello del riconoscimento di sé, deve passare attraverso il "rischio" dell'oggettivazione, della riduzione a cosa, in una parola della morte (intesa come l'annullamento dell'autocoscienza stessa): solo in questo modo il soggetto può affermarsi in contrapposizione all'oggetto. Se non intervenisse il momento "negativo" così estremo, il riconoscimento non otterrebbe il medesimo valore e la coscienza non potrebbe raggiungere una piena autonomia ed indipendenza dal mondo oggettivo.

La figura del servo-padrone

Il padrone è colui che, per ottenere la indipendenza, ha accettato di mettere a repentaglio la propria vita nella lotta tra le autocoscienze, vincendo il conflitto; il servo è colui che, per paura della morte, ha deciso di perdere l'indipendenza e la libertà, sottomettendosi all'altro. In termini dialettici, questo fenomeno è la tesi: la coscienza del padrone si determina come soggetto libero e afferma la propria superiorità sul servo, ridotto a "cosa".

Il padrone, proprietario dei terreni e delle rendite, vive grazie all'operosità del servo, consumando passivamente i beni che questi realizza e rendendosi dipendente da lui (egli è incapace di lavorare). Il servo attaverso il suo lavoro impara a dominare gli istinti e trasforma le cose, imprimendo in esse una forma che permane nel tempo e che le sottrae alla condizione in cui si trovano in natura. In questo modo, reprimendo le tendenze naturali e liberando gli oggetti della materialità, il servo diviene consapevole della propria indipendenza e superiorità rispetto alla natura. In termini dialettici si tratta del momento dell'antitesi: colui che prima era stato ridotto a oggetto si scopre, grazie alla propria attività, soggetto libero e autonomo, rivelando al tempo stesso il carattere inattivo e spiritualmente povero del padrone, che diviene servo del suo servo.

La terza tappa della fenomenologia: la ragione

Dopo la fase della coscienza infelice, che cercava l’infinito fuori di sé in Dio, la coscienza giunge alla terza tappa del suo percorso: la Ragione. In questa fase, la coscienza scopre che l’infinito non è qualcosa di esterno o trascendente, ma vive dentro di sé. La ragione diventa così la piena consapevolezza che tutto ciò che è reale è razionale, e che la realtà stessa è manifestazione dello spirito.

La prima forma di questa fase è la ragione osservativa. Dopo l’ascetismo e il misticismo del Medioevo, l’uomo del Rinascimento e dell’età moderna smette di cercare il divino nell’aldilà e lo ricerca nel mondo naturale. Nasce la scienza sperimentale: l’uomo osserva la natura e cerca in essa le leggi razionali che la governano. Tuttavia, questa forma di ragione rimane limitata, perché pur riconoscendo la razionalità della realtà, cerca la verità solo fuori di sé, nella natura esterna, dimenticando che la ragione è anche principio interiore. Per questo Hegel dice che la ragione osservativa è destinata a risultare inefficace: studia la natura, ma non comprende che essa stessa è parte di quella ragione che indaga.

Delusa da questa ricerca, la coscienza passa alla ragione attiva. Ora non si limita più a osservare, ma vuole agire e dominare la realtà, imponendo ad essa la propria volontà. L’uomo cerca la felicità nel piacere, nel godimento e nella libertà di vivere secondo il proprio desiderio. Tuttavia, anche questo tentativo fallisce: la coscienza scopre di essere ancora dipendente dalle cose esteriori e che la ricerca del piacere non porta alla vera libertà, ma alla delusione. È il destino del Faust di Goethe, che dopo aver cercato il sapere e il piacere mondano, resta travolto e insoddisfatto.

A questo punto, la coscienza si rivolge alla legge del cuore, cercando nella propria interiorità un principio morale che possa cambiare il mondo. È l’atteggiamento dei romantici e di Rousseau, che credono nella bontà originaria del sentimento e nel potere rigeneratore dell’amore e della passione. Ma anche questo ideale fallisce, perché ogni individuo ha la propria “legge del cuore” e le diverse volontà entrano inevitabilmente in conflitto. Ciò che nasce come aspirazione alla libertà universale si rivela invece soggettivo e utopistico.

Per superare questo limite, la coscienza approda alla legge del dovere morale, che Hegel mette in relazione con l’etica di Kant. Qui la coscienza riconosce la necessità di una legge valida per tutti, fondata sul dovere universale. Tuttavia, anche questa posizione resta insoddisfacente: la morale kantiana, secondo Hegel, è troppo astratta e formale, perché impone ciò che “deve essere” senza considerare la concretezza della vita reale. La coscienza si sente così frustrata, poiché aspira a qualcosa che non può realizzare pienamente.

Il percorso della ragione trova il suo compimento solo nel passaggio allo spirito. In questa fase, l’individuo comprende che la razionalità non è solo un principio personale o morale, ma si incarna nelle istituzioni, nelle leggi, nella vita storica e sociale dei popoli. La ragione diventa quindi spirito oggettivo: la verità non è più una ricerca individuale, ma si realizza nella comunità, nello Stato e nella storia, dove la libertà individuale si unisce a quella universale.

La visione razionale della storia

Hegel chiarisce che per "realtà" non intende il capriccio, l'errore, il male e qualsiasi difettiva e passeggera esistenza, né ideali irrealizzabili, che si farebbe meglio a denominare "chimere". La realtà in senso forte non si identifica con il mero e accidentale accadere, bensì con i grandi eventi che lasciano un segno nella storia del mondo.

Pensiero e realtà, logica e metafisica si identificano. A parere di Hegel, Kant ha sbagliato a ritenere inconoscibile la realtà ultima delle cose e a concepire le categorie come forme a priori prive di contenuto reale. Ha reso insanabile la scissione tra soggetto e oggetto e, negando valore conoscitivo alle idee della ragione, ha impoverito il pensiero, escludendo da esso l'ambito della metafisica; ma un popolo senza la possibilità della metafisica, ossia ripristinare l'unità tra pensiero ed essere, tenendo conto che le idee non sono qualcosa di astratto e irreale, ma "hanno mani e piedi" per muoversi e agire nella realtà.

Il giustificazionismo hegeliano

Nella sua prospettiva la riflessione filosofica non è che il tentativo di mostrare l'intrinseca razionalità della storia e di giustificare e comprendere ogni evento, idea o azione, all'interno di una visione onnicomprensiva e globalmente positiva. Tutta la storia della civiltà è interpretata come un progresso verso un risultato finale, il presente, inteso come l'epoca del pieno dispiegamento della ragione. 

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