"L'io è indebolito dal conflitto interno. È come fosse una guerra civile, che deve essere decisa dall'esterno con l'aiuto di un alleato. Il medico analista e l'Io indebolito del malato debbono formare un partito contro i nemici." (Freud, Psicoanalisi)
I meccanismi di difesa del soggetto
Il metodo catartico elaborato da Freud insieme all'amico Joseph Breuer negli anni della loro collaborazione (1882-1895) apre la strada alla psicoanalisi: esso, infatti, viene utilizzato da Freud non soltanto per curare i sintomi dell'isteria, come avveniva nella pratica di Breuer, ma anche per scoprirne la motivazione e il significato, nella convinzione che la malattia si possa curare veramente soltanto quando le cause più profonde che l'hanno determinata siano affiorate e risultino acquisite dal paziente in modo consapevole.
L'ipotesi iniziale di Freud e Breuer è che le reazioni emotive determinatesi in occasione di eventi traumatici abbiano trovato un impedimento a manifestarsi, cioè siano rimaste prive di sfogo. Tali impulsi, però, nonostante l'oblio degli episodi da cui traggono origine, continuano ad agire, producendo i sintomi patologici. Per "neutralizzare" questi ultimi e far sì che scompaiano, si constata che occorre riattivare il ricordo del fatto originario e rendere in tal modo possibile la libera manifestazione degli impulsi a esso legati.
A questo punto si tratta di comprendere il motivo dell'oblio. Vengono formulate a tal proposito due ipotesi: la prima, preferita da Breuer, è che gli eventi dimenticati dal paziente siano fatti vissuti in un particolare stato "ipnoide", cioè uno stato al limite della coscienza, dovuto a "scosse" emotive o ad esaurimento nervoso; la seconda ipotesi, verso cui Freud comincia da subito a propendere, è invece che l'oblio subentri per la particolare natura spiacevole dell'avvenimento stesso, che susciterebbe una reazione di difesa da parte della persona interessata, portandola a eliminare dalla coscienza, in modo inconsapevole, un ricordo per lei inaccettabile.
Freud estende l'ipotesi dell' «oblio da difesa» ad altre patologie nervose ed evidenzia l'applicabilità del metodo catartico a casi più complessi rispetto a quelli isterici, ad esempio alle nevrosi ossessive, che cioè implicano la presenza ossessiva di un'immagine mentale o la ripetizione, avvertita come indispensabile, di un comportamento o di determinati rituali.
Il quadro che viene a profilarsi - e che costituisce il presupposto della fondamentale opera che conclude questo periodo, Studi sull'isteria (1895) - consente la seguente spiegazione delle patologie osservate:
1. il soggetto vive un evento traumatico;
2. in lui si determina una reazione di difesa per la spiacevolezza della situazione, che consiste nell'oblio del fatto stesso;
3. a causa di particolari circostanze, è impedito il deflusso della carica emotiva legata al fatto originario, cioè viene negata la possibilità della sua normale espressione attraverso gesti, parole o azioni;
4. L'energia rimasta inespressa determina la formazione dei sintomi: organici, nei casi di isteria, psichici, nei casi di nevrosi ossessiva.
La scoperta della vita inconsapevole del soggetto
Ciò che risulta determinante nelle conclusioni che Freud trae dallo studio dell'isteria e dei casi di nevrosi è il riconoscimento che esistono processi psichici non consapevoli: ad esempio, la rimozione, in base alla quale vi sono eventi, pulsioni o tendenze che la persona, attivando una sorta di reazione di difesa inconsapevole, desidera cancellare.
Dopo la pubblicazione degli Studi sull'isteria, Freud si sottopone a una lunga e impegnativa autoanalisi per approfondire e cercare una conferma alle sue ipotesi. Per quattro anni esamina se stesso, getta il suo sguardo indagatore sulla propria interiorità, scoprendo elementi insospettati.
Egli, in questa fase, si concentra sul "perché" della nevrosi, chiedendosi "da dove" essa derivi oltre che "come" guarirla. Poco per volta mette in luce il ruolo essenziale della sessualità nell'insorgenza della patologia.
L'ipotesi freudiana è dettata dalla constatazione che, in tutti i casi da lui trattati con il metodo catartico, i fatti dimenticati e rievocati grazie all'ipnosi risultano essere legati alla sfera erotica. Anzi, in un primo tempo Freud è addirittura propenso a credere che l'evento traumatico originario sia sempre un'aggressione sessuale subita o esercitata nell'infanzia, convinzione che lascia presto il posto alla scoperta della natura immaginaria di molti episodi narrati dai pazienti, che rivelano, invece, l'esistenza di una complessa e versatile sessualità infantile.
L'autoanalisi e l'osservazione dei pazienti confluiscono in L'interpretazione dei sogni (1900), il capolavoro di Freud e uno dei libri fondamentali del Novecento, che costituisce l'atto di nascita della psicoanalisi.
Il significato dei sogni
Nella sua autoanalisi Freud individua una via privilegiata per accedere al territorio dei contenuti inconsapevoli della vita psichica, che egli comincia a indicare come la dimensione dell'inconscio. Tale via è rappresentata dall'analisi dei sogni.
La nostra vita notturna è costellata di sogni: ricerche attuali hanno dimostrato che noi sogniamo in media due o tre ore per notte, quando il nostro sonno è più profondo. Ma che cos'è il sogno, e perché va tenuto in grande considerazione nell'ambito della teoria psicoanalitica?
Per gli antichi i sogni erano spesso presagi di eventi futuri. Se un condottiero romano sognava di inciampare sulla soglia mentre usciva di casa per intraprendere una spedizione militare, temeva che ciò fosse indizio che la sua impresa sarebbe andata male. Anche per Freud i sogni sono sintomi di qualcosa, ma non riguardano il futuro, bensì il passato. Secondo il padre della psicoanalisi, il sogno è l'espressione di un desiderio.
Il problema è che non sempre i sogni si prestano a un’interpretazione così semplice, anzi, durante il sogno molto spesso i desideri vengono camuffati. Il sogno è frutto di un intensa attività psichica che potremmo paragonare al processo di produzione di un opera d'arte. Quando sogniamo ci comportiamo come l'artista: creiamo una serie di immagini, a volte seducenti, a volte terribili e paurose. Proprio come le opere d'arte, inoltre, i sogni hanno bisogno di essere interpretati, perché hanno un significato nascosto che occorre ricostruire con tecniche adeguate.
Il meccanismo di elaborazione dei sogni
Freud scopre l'esistenza di due livelli di significato nel sogno: il primo, più appariscente e immediato, è costituito dalla scena onirica così come è esposta e vissuta, ed è definito «contenuto manifesto»; il secondo, il lato nascosto, si identifica con l'insieme di tendenze, idee e desideri inconsci che, in forma "travestita", si esprimono attraverso la scena onirica, ed è definito «contenuto latente».
Mentre il contenuto manifesto trae le sue immagini in genere da avvenimenti della nostra vita recente, il contenuto nascosto può riferirsi a un tempo molto lontano, per esempio al periodo della prima infanzia. Nel sogno esistono, quindi, da un lato elementi che tendono a tradursi e rivelarsi; dall'altro, un'attività chiamata da Freud di «censura» che limita la loro possibilità di espressione: il sogno è il risultato di un compromesso tra queste due forze. La difficoltà insita nell'interpretazione dei sogni risiede proprio nel fatto che per accedere al contenuto latente bisogna superare le barriere e le difese che la psiche mette in atto; motivo per cui è necessaria la figura dell'analista, che coopera con il paziente al raggiungimento di tale obiettivo.
Nei sogni i desideri non vengono espressi direttamente, ma in una forma allusiva e simbolica, ad esempio inserendoli in un contesto differente o sostituendoli. In altre parole, per vincere il controllo della coscienza il materiale onirico deve essere sottoposto a un trattamento deformante che Freud definisce «lavoro onirico».
La Psicopatologia della vita quotidiana
Freud approfondisce sempre più i meccanismi delle memoria e scopre che le stesse forze operanti nei sintomi patologici e nei sogni possono essere riscontrate anche in altri fenomeni che caratterizzano la vita psichica: i lapsus (errori involontari nel parlare o nello scrivere) e i cosiddetti atti mancati (amnesie, dimenticanze, falsi ricordi, disattenzioni varie). Si tratta di fenomeni che la maggior parte delle persone reputa insignificanti, ma che sono, invece, segnali importanti di un conflitto interiore, dovuto alla rimozione di eventi spiacevoli o inaccettabili. Freud, nell'opera Psicopatologia della vita quotidiana uscita nell'estate del 1901, individua in essi due fattori determinanti: il primo è rappresentato dalla presenza di un'intenzione consapevole - le parole che stiamo per pronunciare o l'azione che stiamo per compiere -, cioè quella che risulterà alterata e pertanto "mancata"; il secondo è dato dalla tendenza inconscia, che agisce sull'intenzione cosciente, turbandola.
Anche il comportamento "vigile", dunque - specialmente quando siamo stanchi, distratti o sbadati, cioè quando le difese della coscienza si allentano -, può contenere elementi "rivelatori" che è bene non trascurare.
La conclusione di Freud è che l’origine di lapsus e di tanti altri errori è da ricercarsi in cause inconsce. Come i sogni, anche i lapsus e le altre disattenzioni quotidiane devono dunque essere intesi come le spie di un'energia psichica nascosta alla nostra coscienza. Capirne le cause significa aprire la via che conduce all'inconscio, alla zona d'ombra dei desideri, delle pulsioni, dei complessi rimossi, ma non cancellati, che possono provocare sofferenza e, in alcuni casi, nevrosi e disturbi anche più gravi della personalità.
Le "zone" della psiche
Per Freud la psiche è un'unità che, però, comprende in sé un certo numero di sottosistemi e si struttura in modo topologico (da tópos, "luogo"): essa, cioè, presenta dei "luoghi" o delle "zone" distinte al proprio interno. Anzi, secondo Freud la coscienza costituisce soltanto una piccola parte della sfera psichica dell'uomo, paragonabile alla punta di un iceberg che affiora sulla superficie dell'acqua. È la parte consapevole della nostra personalità, la cui funzione essenziale è quella di porci in contatto con il mondo esterno e di elaborare le nostre reazioni in relazione alle percezioni che ne derivano.
Sotto la soglia della nostra sfera di consapevolezza c'è l'inconscio, un grande "serbatoio" sotterraneo in cui abbiamo confinato ricordi, desideri e impulsi (prevalentemente di natura sessuale) che dovevamo dimenticare, perché avvertiti come sconvenienti o immorali.
Dall'inconscio si deve distinguere il preconscio, che si riferisce ai contenuti psichici latenti, cioè non presenti alla coscienza, ma suscettibili di diventare consapevoli in qualsiasi momento. La differenza tra l'inconscio e il preconscio consiste nel fatto che nel primo ci sono elementi psichici che sono stati rimossi, dunque allontanati in modo permanente dalla coscienza a meno che non subentrino particolari situazioni (ad esempio la terapia psicoanalitica) che cancellino la rimozione; nel secondo vi sono invece elementi dimenticati solo momentaneamente.
Le due topiche freudiane
La teoria appena presentata individua nella psiche umana tre luoghi o sistemi differenti - la coscienza, l'inconscio e il preconscio - ed è nota agli studiosi come "prima topica" (dalla parola greca tópos, "luogo"). A partire dal 1923, con il testo L'Io e l'Es, Freud introduce una seconda topica, cioè un diverso modello di descrizione della psiche. Se la prima topica partiva da considerazioni "descrittive" e distingueva zone, luoghi o sistemi, la seconda individua piuttosto istanze e funzioni e tiene conto delle relazioni intercorrenti tra il livello psichico e quello somatico.
La seconda topica: le istanze della psiche
Con la seconda "topica" la psiche umana viene distinta in Es, lo e Super-Io. La prima istanza rappresenta la vita pulsionale, una dimensione che Freud descrive metaforicamente come «un calderone di impulsi ribollenti». Si tratta di un livello della vita del soggetto che, proprio per il suo carattere inconscio, risulta in qualche modo estraneo all'lo, "impersonale", pur influenzando profondamente la vita consapevole. È per questo motivo che Freud, per indicare tali forze istintive che si agitano dentro di noi, utilizza il pronome neutro es, che nella lingua tedesca funge da soggetto dei verbi impersonali. L'Es non conosce né il bene né il male, ma asseconda soltanto la tendenza a soddisfare immediatamente il bisogno e il desiderio; è fondamentalmente inconscio.
Il Super-lo, invece, è la coscienza morale, vale a dire l'insieme dei divieti e delle prescrizioni che fin da bambini ci sono stati impartiti dai genitori e dal mondo circostante e che noi abbiamo "introiettato", assumendoli come modello ideale di comportamento. Il bambino impara gradualmente a controllare i suoi impulsi spontanei, a censurare i desideri “sconvenienti”, specie se riferibili alla sfera sessuale. Tale istanza è in parte cosciente, in quanto rappresenta un modello che l'Io ha di fronte a sé, in parte inconscia, in quanto alcuni elementi che la compongono derivano da processi di cui non siamo consapevoli.
L'Io, infine, rappresenta la parte organizzata della psiche, l'istanza che ha il compito della mediazione e della sintesi delle altre due componenti contrapposte della personalità. Dall'Io dipende la sfera delle azioni, e pertanto gli impulsi dell'Es, per realizzarsi e trovare appagamento nella realtà, devono sottostare alla sua opera di "filtro" Esso presenta dunque alcuni aspetti inconsci, come quelli che presiedono al meccanismo della censura di alcune tendenze avvertite come inaccettabili e della loro conseguente rimozione. Freud afferma che l'Io deve fare i conti con «tre severi padroni», poiché all'Es e al Super-lo si deve aggiungere un terzo tiranno, il mondo esterno.
La formazione delle nevrosi
La struttura conflittuale della psiche appena descritta è secondo Freud all'origine della formazione delle nevrosi: l'Io, pressato dai suoi tre esigenti padroni (l'Es, il Super-lo e la realtà esterna), non sempre riesce a mantenere un equilibrio. La nevrosi è appunto uno dei principali squilibri o disturbi della psiche.
Bisogna sottolineare che per Freud non esiste una vera e propria barriera invalicabile tra la psiche "sana" e quella nevrotica. Anche nell'individuo normale l'Io subisce l'attacco delle contrastanti forze dell'Es, del Super-lo e della realtà. Non vi è "normalità" che non sia vulnerabile; il confine tra normalità e patologia è sottile. In breve, possiamo dire che l'individuo si dice normale quando riesce a comporre le spinte contraddittorie presenti in lui, conquistando un difficile compromesso tra esse; quando, cioè, riesce a dare piccole soddisfazioni alle pulsioni dell'Es, senza però contravvenire alle norme del Super-Io.
Il metodo delle libere associazioni
Uno dei procedimenti fondamentali utilizzati da Freud per decifrare e interpretare il linguaggio dell'inconscio, dopo l'abbandono della tecnica dell'ipnosi ancora impiegata ai tempi della collaborazione con Breuer e divenuta poi prassi comune della terapia psicoanalitica, è quello delle libere associazioni.
Il presupposto di tale metodo è il seguente: il paziente è esortato a raccontare tutto quello che gli viene in mente in relazione a ciascuno dei singoli elementi del sogno, dei lapsus, degli atti mancati e dei sintomi; tali elementi vengono isolati e scorporati dal complesso coerente del racconto, o dal tessuto unitario delle azioni, proprio per sottrarli alla logica del pensiero razionale. Il soggetto deve lasciar scorrere le immagini, abbandonarsi alle libere associazioni mentali che affiorano alla coscienza, riferendone i particolari con la massima sincerità, senza operare alcuna selezione o scelta motivata.
Il terapeuta ha semplicemente il compito di innescare il processo ideativo, offrendo alcuni spunti da cui il paziente deve partire riferendo le connessioni immaginative suscitate. Grazie a tale metodo è possibile non tanto eliminare le difese dell'lo di fronte all'insorgere delle pulsioni dell'Es, quanto eluderle, aggirarle, in modo da avere accesso alle regioni nascoste dell'inconscio senza incorrere nelle minacce punitive del Super-lo.
La difficoltà principale che emerge nella terapia analitica consiste secondo Freud nel fatto che quelle stesse forze che hanno determinato la rimozione, cioè la segregazione dei ricordi spiacevoli in qualche luogo oscuro della psiche, sono anche causa di una profonda "resistenza" esercitata dal paziente nei confronti della cura. Si tratta non tanto di un'opposizione consapevole, quanto piuttosto di un inconsapevole desiderio di conservare nell'oblio, e quindi in un luogo "sicuro", quelle rappresentazioni potenzialmente pericolose. Obiettivo del terapeuta deve essere allora quello di forzare tale resistenza, riuscendo a far emergere i materiali rimossi e a liberare le energie represse, causa della nevrosi.
Ma perché il decorso delle associazioni, una volta aggirata la resistenza, dovrebbe rivelare qualcosa proprio degli elementi rimossi di cui si sta andando alla ricerca? Ciò è possibile, secondo Freud, perché il flusso delle associazioni è come "attratto" verso il complesso degli elementi rimossi, i quali, essendo connotati da una forte valenza emotiva, svolgono quasi la funzione di un campo gravitazionale per le altre rappresentazioni mentali.
La terapia psicoanalitica
Il transfert o «traslazione affettiva» è dovuta al fatto che il nevrotico, sempre carente a livello affettivo, dopo le prime sedute acquista fiducia nel proprio medico, sviluppando sentimenti di amore nei suoi confronti; un trasporto emotivo che in qualche modo riproduce e ripropone quello provato, nell'infanzia, per le figure genitoriali.
Tale circostanza risulta favorevole al buon esito dell'analisi, perché il soggetto "innamorato" cerca in ogni modo di compiacere il terapeuta, o almeno di non deluderlo, collaborando con lui e assumendo inconsapevolmente il compito della guarigione. Rientra nella deontologia professionale dello psicoanalista non farsi coinvolgere personalmente dai sentimenti del malato, ma utilizzarli al fine di risolvere il suo conflitto interiore.
La teoria della sessualità
Alla base della teoria freudiana della nevrosi e della descrizione del conflitto psichico vi sono pulsioni che hanno un carattere prevalentemente erotico. E questo uno dei punti che incontrò maggiori resistenze da parte dei contemporanei di Freud, diffidenti nei confronti di un'ipotesi così rivoluzionaria. La principale novità consiste nella convinzione che la sessualità non vada ristretta ai soli rapporti tra adulti, cioè alla comune esperienza dell'amore di coppia finalizzato alla procreazione, ma che rivesta un significato molto più ampio, coinvolgendo anche la sfera, finora considerata "innocente", dell'infanzia. Ciò implica un allargamento del concetto di sessualità, che arriva a comprendere impulsi e istinti che rientrano nella più generale tendenza dell'organismo all'autoconservazione e alla soddisfazione immediata del bisogno.
Freud afferma che l’istinto sessuale è un insieme di pulsioni che presenta caratteri specifici e che tende al piacere e alla soddisfazione indipendentemente dall’oggetto e dalla finalità verso cui è “normalmente” rivolto.
In relazione alla pulsione sessuale Freud parla di libido, intendendo con questo termine un'energia specifica che può subire variazioni nei diversi momenti dello sviluppo, che può indirizzarsi a oggetti o a finalità molteplici e differenti, che, insomma, possiede il carattere della plasticità e del polimorfismo (assume forme differenti a seconda delle situazioni). Freud ritiene che anche nell'infanzia siano attive le pulsioni erotiche: il bambino è un essere che vive una complessa vita sessuale, la quale si esprime in gesti semplici e istintivi come la suzione del latte materno.
Freud definisce il bambino come un essere “perverso polimorfo”. È “perverso”, poiché la pulsione sessuale non tende alla procreazione neppure al soddisfacimento della genitalità, come negli adulti. Il neonato, infatti, prova piacere erotico nella suzione della mammella e nel contatto con il calore del corpo materno.
Il "polimorfismo", invece, si riferisce al fatto che il bambino, nei primi anni di vita, prova piacere attraverso varie parti del corpo, che caratterizzano le diverse tappe del suo sviluppo psicosessuale. Queste sono sostanzialmente tre:
• la fase orale;
• la fase anale;
• la fase genitale.
Nella fase orale il piacere è rappresentato dalla suzione e la zona erogena si identifica con la bocca; in quella anale, che va da uno a tre anni circa, la zona erogena è costituita dall'ano, con le connesse funzioni corporali; nella fase genitale, che inizia all'incirca alla fine del terzo anno, la zona erogena è rappresentata dagli organi sessuali; essa si distingue ulteriormente in una fase fallica e in una genitale in senso stretto. Nella fase fallica il bambino diviene consapevole del possesso del pene (e la bambina della sua esistenza) e tale organo diventa oggetto di attrazione, ma al tempo stesso provoca la paura per la sua perdita (complesso di castrazione). Secondo Freud, anche la bambina subisce una forma di complesso di castrazione, perché è attratta dal pene (prova «invidia» per il ma-schietto) e ne vive la mancanza come una colpa. Dopo la fase fallica segue un periodo di latenza - che va dai cinque-sei anni fino alla pubertà -, in cui si assiste a un'interruzione o inibizione della sessualità. Con la pubertà la sessualità ritorna a esplodere, nelle forme che anche la letteratura descrive come una "tempesta dei sensi", e si consolida definitivamente il primato erogeno della sfera genitale.
Con complesso di Edipo Freud indica il particolare sentimento che unisce il bambino ai suoi genitori e che è universalmente presente in tutte le civiltà. Esso si manifesta durante la fase fallica, tra i tre e i cinque anni, e si presenta come un attaccamento erotico del bambino verso i genitori di sesso opposto. Il maschio, dunque, sviluppa sentimenti ostili verso il padre, considerato come un rivale, e desidera avere la madre tutta per sé; pretende di dormire nel suo stesso letto e, spesso, promette di sposarla o di non abbandonarla mai. La femmina si sente attratta verso il padre da un analogo sentimento di amore, che tende a escludere la madre, e manifesta una civetteria che prefigura il comportamento della futura femminilità.
Il complesso di Edipo riveste una funzione essenziale, in quanto ogni uomo deve superarlo per poter maturare, cioè per raggiungere uno stato adulto e una sessualità serena e consapevole: ciò implica lo spostamento verso una meta esterna dell'attrazione nei confronti del genitore di sesso opposto, e la riconciliazione e l'identificazione con l'altro. Coloro che non riescono a superare pienamente tale complesso e a liberarsi dall'attaccamento materno o paterno si portano dietro per tutta la vita un ambiguo sentimento di colpa e oscure nostalgie, che impediscono di vivere una sessualità matura e soddisfacente.
L'origine della società e della morale
Per Freud gli uomini ricercano soprattutto la felicità, intesa sia come assenza di dolore sia come soddisfacimento dei bisogni. L'agire individuale, infatti, è mosso essenzialmente dal principio di piacere, cioè dalla tendenza a realizzare immediatamente i propri desideri. È il principio che domina la vita infantile, in cui il bambino è portato addirittura a integrare e trasformare i dati percettivi attraverso la fantasia e a renderli conformi alle proprie esigenze. Tale principio, però, si scontra con il principio di realtà, che esige spesso un differimento dell'appagamento del piacere, la sua subordinazione a determinate azioni o anche la rinuncia alla soddisfazione di alcune tendenze per soddisfarne altre: esso, cioè, implica un esame della realtà.
Il principio di realtà ci limita e ci procura più sofferenze che piacere. Quanto più la società è progredita e civilizzata, aggiunge Freud, tanto più siamo destinati all'infelicità, in quanto maggiori sono le forze repressive che agiscono sull'individuo. Da questo punto di vi-sta, l'uomo primitivo si trovava in condizioni migliori rispetto a noi, perché poteva soddisfare più liberamente i propri istinti.
L'uomo non può fare a meno di vivere insieme agli altri e di conseguenza deve necessariamente porre un freno alle pulsioni. La civiltà è dunque indispensabile, anche se, inevitabilmente, è tonte di repressione. Per arginare le pulsioni socialmente negative, la società si affianca alla figura paterna nell'opera educativa: contribuisce, cioè, a rendere più efficace il Super-lo privato attraverso un Super-lo sociale.
La morale appare a Freud, non diversamente da Nietzsche, come l'effetto dell'imposizione sociale. A differenza di Nietzsche, però, Freud ritiene che essa, pur gravando sull'individuo e limitandone la piena realizzazione, vada accettata, o almeno considerata un «disagio» necessario: infatti, chi non fosse disposto a sottostare alle norme etiche socialmente determinate perderebbe l'amore e il rispetto da parte del prossimo, e pertanto anche la serenità.
La morale comune, per quanto fonte di limitazione, va assecondata per la paura che l'individuo avverte nel profondo del suo animo di essere escluso dalla considerazione degli altri e, soprattutto, di essere punito dall'«autorità», risultando emarginato dalla comunità di appartenenza. Riproponendo un tema caro a Rousseau, cioè quello dell'antagonismo tra felicità individuale ed esigenze dell'ordine sociale, Freud segnala pertanto all'uomo moderno i problemi connessi con lo sviluppo della civiltà, pur riconoscendone la necessità.

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