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Edmund Husserl

 "Nella miseria della nostra vita - si sente dire - questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scontati per l'uomo, i problemi del senso o del non-senso dell'esistenza umana nel suo complesso." (Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale)

La formazione di Husserl e l'elaborazione della fenomenologia

Husserl denuncia una profonda crisi di valori nel mondo occidentale. Il punto centrale è la perdita di senso della scienza: essa, pur essendo tecnicamente avanzata, è diventata incapace di rispondere alle domande fondamentali sull'esistenza umana.

Husserl nasce in Moravia nel 1859 da una famiglia ebraica. La sua formazione è inizialmente matematica (si laurea nel 1883), disciplina che gli conferisce un rigore metodologico estremo. Il suo obiettivo di vita è l'ideale della chiarezza: "non posso vivere senza chiarezza".

L'incontro decisivo avviene a Vienna con Franz Brentano. Da lui, Husserl apprende l'interesse per l'origine psichica dei processi logici. Questo sposta la sua attenzione dalla matematica pura alla filosofia, cercando una fondazione "soggettiva" del sapere, ovvero basata sull'esperienza della coscienza.

Husserl insegna a Halle, Gottinga e Friburgo (dove ha come assistente Heidegger). Con l'avvento del nazismo nel 1933, viene estromesso dall'insegnamento in quanto ebreo. In questo clima di persecuzione e disumanizzazione, scrive la sua ultima grande opera: La crisi delle scienze europee.

Il valore della scienza e l'esistenza umana

Husserl chiarisce che la "crisi" non riguarda i risultati pratici o la validità delle conoscenze scientifiche. Egli ammira i successi della matematica e della fisica. La crisi riguarda invece il senso: la ricerca scientifica ha perso il suo legame con l'esistenza umana.

La scienza moderna ha operato una "riduzione della realtà" ai soli parametri fisico-matematici. Diventando una scienza di "fatti", essa prescinde dal soggetto (l'uomo). Husserl sottolinea che, in una vita tormentata (come quella sotto il nazismo), queste scienze non hanno nulla da dire ai problemi più scottanti del destino umano, del senso o del non-senso della vita.

Il problema si estende alle "scienze dello spirito" (storia, psicologia, antropologia). Queste discipline, per apparire "rigorose", hanno imitato il metodo delle scienze naturali, trattando l'uomo come un oggetto inerte o una "cosa" da studiare dall'esterno. Il paradosso è massimo nella psicologia positivista: essa nega la soggettività proprio mentre pretende di studiare il soggetto.

La matematizzazione del mondo

Husserl individua l'origine di questo processo in Galileo. Il fisico pisano ha interpretato la natura esclusivamente in chiave matematica, considerando "secondarie" (e quindi irrilevanti per la scienza) tutte le qualità soggettive come colori, odori e sapori. Questo ha creato una sovrapposizione: un mondo di idealità astratte che ha sostituito il mondo concreto dell'esperienza vissuta.

L'uomo moderno si trova in una condizione di disorientamento (già individuata da Nietzsche con la "morte di Dio"). Viviamo in un mondo che offre soluzioni tecniche ma non risponde ai bisogni spirituali. La crisi è così profonda da riguardare il significato stesso dell'esistere.

L'unica via d'uscita è il recupero della filosofia come scienza universale e rigorosa. Non si tratta di rifiutare la scienza, ma di ritrovare il livello "originario" in cui la conoscenza è radicata nell'uomo. Solo una filosofia che rimetta al centro il soggetto e la ragione può ridare senso alla cultura scientifica e alla civiltà europea.

Testi

da La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale

Testo 1: La polemica verso la scienza

Husserl non intende svalutare le scienze per quanto concerne il loro valore conoscitivo; la crisi della scienza è piuttosto una crisi di valori, che riguarda ciò che la scienza rappresenta nella ricerca del senso dell'esistenza e nell'individuazione delle sue finalità. La polemica di Husserl è rivolta dunque all'assolutizzazione della scienza, cioe al fatto che essa nella seconda metà dell'Ottocento è diventata l'unica visione del mondo legittima e accettabile per gli uomini. L'affermazione che le scienze naturali sono scienze di «fatti», e che quindi creano soltanto «uomini di fatto», significa che gli uomini dominati dalla logica scientifica si sono ridotti a perseguire l'utile e i benefici immediati, di carattere pratico-tecnico, trascurando l'ambito dei problemi esistenziali.

In un'epoca segnata dalla guerra e dalla violenza, come quella di Husserl, gli uomini non possono evitare di interrogarsi sul senso dell'esistenza, sul valore della libertà umana e sulla responsabilità che ne deriva, ma non trovano risposte adeguate nella scienza, che, per principio, ha eliminato dal suo orizzonte conoscitivo il riferimento al soggetto, riducendo il mondo ai dati di fatto e alle loro connessioni causali.

Per l'autore, le cosiddette «scienze dello spirito», che dovrebbero appunto studiare l'aspetto spirituale dell'uomo, sono intese, secondo il metodo positivista, come discipline da cui è escluso ogni giudizio valutativo. Anche esse sono considerate "scienze oggettive"; non devono prendere posizione e devono escludere dal loro orizzonte il soggetto, "cosificando" e "naturalizzando" l'oggetto della propria indagine. Questo è l'esito estremo del positivismo dilagante nella cultura europea.

Testo 2: L'erosione del senso del mondo

La crisi che investe le scienze occidentali riguarda la loro fondazione, cioè dipende dal fatto che esse, nate come settori particolari («rami») della filosofia, hanno progressivamente perduto la "memoria" della loro origine. Tale crisi non riguarda gli esiti pratici, l'applicazione tecnica, bensì il fatto che la ricerca scientifica, avendo reciso il legame con la soggettività filosofica da cui deriva, risulta priva di significato, non più in grado di avere un senso "per l'uomo" e di dare una risposta ai suoi interrogativi fondamentali.

Nell'epoca moderna si è messa in discussione la ragione nel senso "forte" del termine, cioè una ragione - l'epistéme che i Greci contrapponevano alla dóxa, l'"'opinione" - in grado di raggiungere una verità assoluta. Tale forma di conoscenza consentiva nel passato di conferire un senso a tutta la realtà, la quale risultava fondata su principi stabili e assoluti e dunque organizzata intorno a valori e finalità universali. Con la messa in discussione della verità assoluta viene meno anche il senso dell'esistenza, non più ancorata a significati ultraterreni o a certezze incontrovertibili.

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