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Henri Bergson

 "[Il tempo della coscienza] È lo svolgersi di un rotolo. Ma è anche un arrotolarsi continuo, come quello d'un filo su un gomitolo, poiché il nostro passato s'ingrossa senza sosta del presente che raccoglie sul suo cammino." (Bergson, Introduzione alla metafisica)


La denuncia dei limiti della scienza

Bergson critica il positivismo, sostenendo che la scienza non riesce a cogliere la vera natura della vita e del tempo. La scienza opera per "semplificazioni", immobilizzando e dividendo la realtà in parti classificabili per poterle misurare. Questo approccio è utile dal punto di vista pratico, ma non permette di comprendere la dinamica reale dei fenomeni.

Il primo elemento che Bergson individua come incompreso e inesplicato dalla scienza è il concetto di tempo. La scienza, infatti, secondo il filosofo non riesce a cogliere né La continuità né il movimento vero e reale della vita, che è ininterrotta produzione di novità. E questo non è un limite occasionale della scienza, bensì il suo limite intrinsecoEssa, infatti, opera mediante processi che "semplificano" la realtà concreta; predispone il suo oggetto di studio in modo tale da "immobilizzarlo" e "sterilizzarlo", riducendolo a parti facilmente classificabili e seguendo la logica del calcolo.

Occorre invertire la rotta e, riaffermando la peculiarità e la dignità della filosofia, riconoscere la presenza di un'intelligenza intuitiva (non basata sul calcolo), in grado di cogliere "dall'interno" la dinamica del reale. Così facendo si potrà comprendere la singolarità dei fenomeni della storia e dell'esistenza.

L'analisi del concetto di tempo 

Il tempo della scienza è descritto come "spazializzato": viene visto come una successione di istanti uguali, misurabili su una linea retta, proprio come i punti nello spazio. È un tempo meccanico e ripetitivo (come quello dell'orologio), necessario per l'organizzazione sociale e le attività pratiche (es. prendere un treno), ma privo di "durata".

Al tempo spazializzato, Bergson contrappone il tempo della coscienza, definito come un continuo fluire. Qui gli stati d'animo non sono separati, ma si fondono e si compenetrano. Non sono misurabili: un minuto di dolore può sembrare un'eternità, mentre ore di gioia passano in un istante. È un tempo qualitativo e irreversibile, dove il passato si conserva nel presente.

Il tempo interiore e i suoi caratteri

Il tempo dello spirito ha quattro caratteristiche:

1. Durata: il passato è sempre presente in noi.

2. Vita: è l'essenza della vita vissuta, dove ogni momento ha un valore unico.

3. Qualitativo: non si misura, si sente.

4. Flusso continuo: è come un gomitolo o un rotolo che si svolge, accumulando sempre nuovi contenuti.

L'ampliamento del concetto di memoria

La coscienza è identificata con la memoria, ma quest'ultima è intesa da Bergson in un senso molto più ampio rispetto a quello tradizionale. In Materia e memoria egli ne distingue tre aspetti:

1. Ricordo puro (o memoria pura): è la coscienza stessa, il deposito integrale di tutto il nostro passato che ci accompagna sempre, anche se non ne siamo consapevoli.

2. Ricordo-immagine: è la materializzazione di un frammento del ricordo puro operata dal cervello per scopi pratici. Il cervello funge da filtro che lascia passare solo ciò che serve all'azione presente.

3. Percezione: è la facoltà che ci lega al mondo esterno, selezionando i dati utili per la nostra sopravvivenza immediata.

L'occasione del ricordo

Il corpo ha la funzione di limitare la vita dello spirito per permettere l'azione. Spesso, però, una percezione isolata (un suono, un profumo) può fare da "gancio" e richiamare a galla il ricordo puro sommerso, portando alla luce la memoria profonda.

Lo slancio vitale e l'evoluzione creatrice

Superando il dualismo tra spirito e materia, Bergson introduce lo slancio vitale (élan vital). La vita non è una somma di elementi materiali, ma un unico impulso iniziale, una forza libera e imprevedibile che crea continuamente forme nuove. È una "potenzialità" che si espande in direzioni diverse (piante, animali, uomo).

L'evoluzione non segue un disegno prestabilito (finalismo) né è un semplice meccanismo. È "creatrice" perché genera novità in modo imprevedibile. La materia è vista come lo slancio vitale che si esaurisce o si "immobilizza", diventando l'ostacolo che lo slancio stesso deve cercare di superare.

La questione della conoscenza

Bergson distingue due modi di conoscere la realtà:

Intelligenza: analizza le cose dall'esterno, le scompone in parti e le "congela" in concetti fissi. Ha uno scopo puramente pratico e tecnico (l'uomo come homo faber).

Intuizione: è una "simpatia" intellettuale che ci permette di penetrare all'interno di un oggetto per coglierne l'essenza unica e la durata. È lo strumento della metafisica e dell'arte.

La contrapposizione fra metafisica e scienza

La scienza non è inutile, ma il suo errore è pretendere di spiegare l'essenza della vita con gli strumenti dell'intelligenza. La vera conoscenza della vita richiede il ritorno all'intuizione, capace di abbracciare la realtà nel suo fluire unitario.

La morale e la religione

Bergson applica la sua filosofia alla società distinguendo:

La società chiusa è quella autoritaria, in cui regna la «morale dell'obbligazione» che spinge l'uomo a identificarsi con gruppo sociale e ad accettare i suoi rigidi valori. In essa prevalgono le esigenze di coesione sociale, di staticità e di mantenimento dello status quo e dominano il conformismo e la paura del cambiamento. La società aperta, invece, è fondata sulla «morale assoluta» che promuove la libertà e la creatività degli individui; in essa l'obiettivo è la realizzazione dell'umanità ne dunque lo sviluppo di sempre nuove modalità di convivenza e di collaborazione volte al progresso sociale.

A queste due forme di morale corrispondono due atteggiamenti religiosi: la religione statica, che si serve dei miti e delle superstizioni per proteggere l'uomo dalle sue paure (il timore della morte, dei pericoli della vita, degli insuccessi) e dargli una speranza consolatoria, e la religione dinamica, la quale si manifesta nella vita dei mistici, e dunque è abbastanza rara. Essa consiste nella partecipazione, grazie all'amore, allo slancio creatore della vita e, in ultima istanza, nell'unificazione con Dio, dal momento che tale slancio creatore «è di Dio, se non Dio stesso».

Identificato lo slancio creatore con Dio e Dio con l'amore, Bergson vede nella mistica l'unico rimedio ai mali morali e sociali e invoca un supplemento d'anima per un mondo che vede pervaso dalla tecnica e dalla meccanica. L'auspicio è che ci siano sempre più individui aperti all'esperienza mistica dell'amore, in modo da far crescere nella società, con il loro esempio, l'energia "divina", la quale, sola, può portare una trasformazione radicale dell'umanità.

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