"[...] anche i borghesi si negheranno più tenacemente la felicità quanto più - crescendo la loro potenza - l'avranno a portata di mano." (Horkheimer - Adorno, Dialettica dell'Illuminismo)
La concezione dialettica della realtà sociale
Alla base delle tesi di Horkheimer e dell'intera Scuola vi è la necessità di comprendere le tragedie storiche della prima metà del Novecento: l'ascesa dei totalitarismi in Europa, lo scoppio della Seconda guerra mondiale, l'orrore dei campi di sterminio e, parallelamente, la nascita della società dei consumi e delle comunicazioni di massa. Di fronte a questi fenomeni radicalmente nuovi, Horkheimer ritiene indispensabile aggiornare gli strumenti teorici del marxismo. Pur professandosi marxista, egli rifiuta la dialettica hegeliana intesa come sintesi pacificatrice della realtà e contesta duramente il metodo delle scienze naturali o "positive" (il positivismo).
Le scienze positive tendono a classificare i fenomeni sotto leggi generali, fornendo un'immagine statica e ripetitiva della realtà e della società. In questo modo si dimostrano incapaci di comprendere e risolvere le lacerazioni interne e le contraddizioni drammatiche che attraversano la società contemporanea. Per Horkheimer, la dialettica deve essere un metodo di radicale contrapposizione, uno strumento d'indagine critico volto a smascherare le contraddizioni non risolte del presente.
Horkheimer si allontana dal marxismo classico per quanto riguarda il giudizio sulla scienza e sulla tecnica. Marx considerava il progresso tecnico e scientifico un elemento indispensabile per lo sviluppo economico, ritenendo che l'alienazione operaia non derivasse dalle macchine in sé, ma dal sistema di sfruttamento capitalista; nella futura società comunista, la tecnica sarebbe rimasta, ma liberata dal profitto.
Horkheimer ribalta questa visione: la scienza non è neutrale. Nella sua stessa essenza, la scienza moderna è una forma di dominio e di repressione. Essa è intrinsecamente "oggettivante" e "reificante", poiché riduce tutto ciò che analizza a una "cosa" (res), assoggettandola al proprio potere di controllo. Ad esempio, le scienze fisiche studiano la natura non per pura conoscenza, ma per manipolarla e trasformarla in un oggetto di controllo, affinché risponda a specifici interessi umani di dominio.
La Dialettica dell'illuminismo
L'opera fondamentale della Scuola di Francoforte, scritta da Horkheimer e Adorno durante l'esilio americano e pubblicata ad Amsterdam nel 1947, è la Dialettica dell'illuminismo. Il testo presenta una visione storica profondamente pessimistica: l'intera civiltà occidentale viene giudicata come un percorso di regresso e imbarbarimento, ribaltando l'ottimismo ottocentesco che vedeva nella scienza e nella tecnica la chiave per il progresso e l'emancipazione dell'umanità.
Riprendendo il concetto weberiano di razionalizzazione, gli autori definiscono l'"illuminismo" non tanto come il movimento filosofico del Settecento, quanto come l'intera mentalità operativa e pratica dell'Occidente, nata già con la razionalità greca (a partire da Omero) e culminata nella civiltà industriale. Questa mentalità spinge l'uomo a fidarsi unicamente della ragione intesa come capacità di sfruttare il mondo a proprio vantaggio.
Nel capitalismo maturo, questo approccio si traduce nell'organizzazione scientifica del lavoro e nella pianificazione sociale. Il paradosso tragico dell'illuminismo risiede nel fatto che il tentativo di sottomettere la natura per liberarsi dalla paura si è trasformato in un'autodistruzione: l'uomo, per dominare la natura, ha finito per creare meccanismi burocratici e tecnologici che non sa più controllare, trasformandosi da dominatore a schiavo. Il risultato è un progressivo dominio dell'uomo su se stesso e sugli altri uomini.
Questo sistema aumenta la ricchezza materiale ma incrementa l'infelicità degli individui, sempre più repressi e sottomessi alle logiche della produzione e del consumo. La nuova servitù comporta la perdita della libertà e la negazione del piacere e della felicità. Sia l'operaio sia l'imprenditore sono intrappolati nei ritmi frenetici del lavoro e impossibilitati a pensare a se stessi; l'uomo industriale ha interiorizzato un'etica del guadagno e del profitto che impone il controllo rigido delle passioni e la rinuncia al godimento immediato.
Ulisse e il destino dell'Occidente
All'interno della Dialettica dell'illuminismo, il drammatico rovesciamento della ragione viene spiegato magistralmente attraverso l'analisi del XII libro dell'Odissea, in cui si narra l'incontro di Ulisse con le sirene. Questo mito diventa la metafora della struttura di classe della società borghese e della repressione degli impulsi umani:
I marinai rappresentano i moderni operai. Per non cedere al canto ammaliante delle sirene (che rappresenta il richiamo del piacere, della felicità e della liberazione), Ulisse tura le loro orecchie con la cera. I marinai devono pensare solo a remare, procedendo senza distrazioni sulla strada del dovere e del lavoro.
Ulisse rappresenta il comandante, il capitalista. Egli vuole ascoltare il canto ma, per non cedere alla tentazione, si fa legare strettamente all'albero della nave. Pur essendo il padrone che fa lavorare gli altri, Ulisse è anch'egli prigioniero: è costretto a reprimere il proprio impulso al piacere per mantenere la sua posizione di potere e continuare il viaggio.
Negli ultimi anni della sua vita, Horkheimer si allontana definitivamente dall'ottimismo rivoluzionario del marxismo. Nel suo scritto del 1970, La nostalgia del totalmente Altro, ammette che Marx si era illuso nel ritenere che la storia evolvesse necessariamente verso la liberazione umana tramite la rivoluzione. La realtà storica ha dimostrato il contrario: l'umanità sta marciando verso un mondo totalmente oppresso dalla tecnica e da una rigida organizzazione burocratica e sociale.
Horkheimer sottolinea che i concetti di giustizia e libertà sono dialettici e antagonistici: se si vuole la perfetta uguaglianza materiale, occorre limitare drasticamente la libertà individuale, sottoponendo i cittadini a rigidi controlli e leggi, riducendone l'autonomia; se invece si lascia totale libertà, si genera inevitabilmente l'ingiustizia e la disuguaglianza sociale.
L'ultima fase del suo pensiero si apre così alla dimensione teologica. Dio non è inteso come una certezza dogmatica, ma come una nostalgia (Sehnsucht), un anelito verso la giustizia. Di fronte al dolore e all'ingiustizia del mondo, il filosofo non può credere all'esistenza di un Dio onnipotente e infinitamente buono, ma la speranza che l'ingiustizia non sia "l'ultima parola" della storia rappresenta l'unica via per non rassegnarsi al pessimismo totale.

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